Giacomo Nicola Manenti – 6 febbraio 1955


La mia attività artistica ha inizio nei primi anni '70 quando, con un gruppo di amici, nasce il Collettivo doppio A.

Contemporaneamente inizio a frequentare la scuola Paolo Borsa, corsi serali, appendice dell'Istituto Artistico della Villa Reale di Monza.


Ci sono i primi incontri importanti e di seguito i primi lavori importanti ma, scoraggiato dal clima di arrivismo che circondava il mondo dell'arte di quel periodo, abbandono il collettivo e tutti quanti.


Terminata la scuola, decido di isolarmi e fino al 1992 lavoro esclusivamente nella natura, tra le montagne, tracciando linee e collocando schegge senza mai lasciare traccia del mio passaggio.

È in questo periodo che assumo artisticamente il nome di Nicola, un amico fraterno scomparso prematuramente con il quale ho condiviso la stessa passione, l'alpinismo.

Collettivo Doppio A
Gruppo Koinè

Nel 1995, con un gruppo di amici artisti animati dal mio stesso sentire, nasce il Gruppo Koinè.

Un gruppo di artisti e non solo, con l'intento di vivacizzare il dibattito sull'arte, fornendo occasioni di confronto, ampliando i confini e la circolazione delle idee.

Un sentire slegato dal mondo dell'arte ufficiale, dalle gallerie e quindi dal denaro, "sottobosco dell'arte" lo chiamavamo.


Con questo legame si rafforza la mia poetica, facendo prevalere il tema della morte, come già incontrato nella natura: alberi abbattuti dal vento, spezzati da fulmini o bruciati da incendi, cioè morte, così come è morte di coloro che sono vittime di terremoti, carestie, guerre o migrazioni.


Morti subite, morti ingiuste.


Veniva spontaneo chiedersi il perché di questo, chiedersi perché prima dare la vita per poi spezzarla in modo così violento.

Una cosa ingiusta, cattiva per me, quindi, rendendomi conto di non poter fare un granché, decisi di continuare nel mio lavoro, accomunare l'albero all'uomo.

Ho iniziato a servirmi degli alberi come materia prima usando rami, tronchi, cortecce, in tutte le loro forme e dimensioni, dalle più enormi ai frammenti più piccoli.

Materiale trovato, recuperato in montagna, nei boschi, lungo i fiumi, in riva a laghi o mari.


Lo scopo primario era di poterli far rivivere, sollevarli da terra, elevarli.


Con tubi di ferro ho iniziato così a costruire sostegni, altane e poi gabbie, non per imprigionare bensì a protezione.

Nello stesso tempo innalzarli come su un piedistallo o altare, in modo da farli rivivere una nuova vita e al momento della decomposizione della materia, l'anima sia pronta a spiccare il volo.


Anche se è passato il tempo questo è tutt'ora il mio pensiero e, in poche righe, la mia storia.

Gabbia

Fanno parte della mia storia anche coloro che mi sono vicini e che mi hanno sempre sostenuto.

compagni di viaggio 1
compagni di viaggio 2
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